Esagitando

Incanta-menti

Mi ripeto – ‘sto titoli lo mostrano benissimo, di più. Accade che sentissi la mancanza di questo esercizio, star qui un momento e dire. Per me – e altre due, tre persone che non conosco.

Ho scritto una quantità di volte – solo nella mia testa. La mia collega e la mia vicina, tutte le psicotiche che mi frullano intorno, l’aspirante che non si fida più del mio buonumore e l’idea che forse devo scommettere su un’attività diversa – fare la ceramista o la decoratrice. Sogno e insieme mando cv. Tempo di fughe.

Tuttobene. A parte lo stato pietoso in cui versano le mie finanze. Sono dell’umore euforico di quando ero incinta di sette mesi – incanto. E mi incattivisco, per lo sfacelo che è il mio lavoro, ma anche in quel livore lì sto bene, è un livore giusto, sano. Basta dare senza ricevere – voglio riconoscimento se lo merito e rispetto (sempre).

Come si fa? È vero che basta lasciare correre e trovarsi un buon hobby? Tempo di distrazioni.

E viaggi. Lunedì parto dieci giorni. In montagna con l’aspirante. Ma in vacanza è troppo facile – ci va la parte migliore di noi.

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De rebus amoris

Aspirazioni pendolari

Consideriamo il mio emotivo saltapicchiare.
Stamattina sono a casa -lo squasso che mi procura andare in ufficio fa del mercoledì un atollo di pace, protetto da chilometri di barriera corallina (a triplo filo). L’idea era di corsettare dalle 5.20 alle 6.20: mi sono alzata, tornata a letto, alzata veramente alle 7.33.

Sono uscita solo per prendere occorrente per la colazione – pane, biscotti. Ultimamente quantità ciclopiche di pane e biscotti, intossicanti.

Vivo il fallimento della buone intenzioni, che non assurgono quasi mai lo status di buone abitudini, sotto il segno del solito assoluto.

Mi sono rabbonita, mi è anche scesa la compulsione per pane e biscotti, soltanto a metà pomeriggio, quando la pulizia dei pavimenti mi ha riconciliato con la prospettiva di me stessa come efficiente, rispondente, realizzativa.

Com’è difficile vivere con me. Comprendo l’aspirante. Il mio umore oscilla così repentinamente – 7.33 sconforto; 7.48, al supermercato, neutro; 8.14, appena fatto caffè, sollievo, e, nel giro di pochi minuti, gioia, consapevolezza della giornata libera, ricchezza delle possibilità; 8.48, dopo un diluvio di fette di pane, burro e marmellata, nuovamente sospensione.

Questa relazione è fatta così, uno in fuga e l’altro sospeso più o meno sempre, con improvvisi, inaspettati avvicinamenti, tesi e caldi, intimità con la qualità luminosa dei quadri di La Tours.

E tra un po’ prima vacanza. Aiuto – se guardo all’imprevedibilità dei possibili miei umori, e sbalzi di. Meraviglia – se guardo allo storico. Speriamo che qualcosa si sgrovigli.

Nuovi stati

Disinn-esco

…e della collega molto sui generis vi avevo detto?
Tragicamente psico – matta da legare per sei mesi e abulica senza ritorno gli altri sei.
Un disturbo bipolare che da un paio di anni almeno la inchioda ad un calustrofobico distruttivo immobilismo. Due anni fa, di questi tempi, è rientrata dalle vacanze trasformata: un manico di scopa che non aveva più bisogno di mangiare e dormire ma solo di vomitare ininterrottamente ogni genere di sentenza su ogni (OGNI) cosa. Non c’era nulla che non passasse al suo vaglio critico uscendone a pezzi e nulla che poteva arginarla e darle pace. NIENTE. Che fosse il regolamento interno, il rapporto con i suoceri, gli inconvenienti (normali: insuccessi scolastici, litigi con gli amici) nelle vite dei figli, ogni convenzione, ogni codice, scritto e non, nell’universo delle sue relazioni è stato buttato in aria. Non funzionava più niente, tutto era sbagliato, ingiusto (quante crociate ha condotto, per ogni cosa: dai prezzi delle bibite sulla macchina del caffè, che incolpevolmente non erano stati esposti, ai commenti fatti anni prima alle spalle di questo o quel collega), soprattutto ordito contro lei – e lei sola poteva ristabilire l’ordine.

Passati tre, quattro mesi la spinta maniacale, che la condannava a un moto perenne (gli ignavi danteschi, condannati a correre senza requie potrebbero tenere il passo) si è esaurita – implosa: ad un certo punto, occorre dormire, ad un certo punto, bisogna nuovamente nutrirsi – a quel punto ha rallentato fino a fermarsi. E tutto si è fermato. Ed è rimasto fermo.

Ha smesso di lavarsi i capelli e di cambiarsi d’abito. Ha preso a ingrassare (forse anche gli psicofarmaci hanno contribuito) ma non digeriva più. Ha ripreso a dormire ma ha iniziato a soffrire di insonnia e, allora, ha iniziato con i sonniferi.

Per mesi si è infagottata di strati di abiti che pareva avessero soltanto lo scopo di farla scomparire facendo scomparire il suo corpo. Non riusciva più a camminare, trascinava i piedi – è invecchiata di trent’anni in un momento. Anche il suo viso ne è stato sfigurato.

Dopo un anno e mezzo così, si è fatta ricoverare – ha funzionato per un paio di mesi. È tornata propositiva e ha ripreso a fare le cose. Il suo corpo è riapparso, il suo viso si è sgonfiato, è tornata a fare viaggi, a lavorare, a raccontare. Ha ripreso a vivere.
L’estate, però, deve portarle qualche strana consegna. Forse le vacanze sono alienanti per tutti – si fanno progetti e, tornati, si vuole realizzare una parte di sé poco espressa. Buone intenzioni, programmi d’azione, progetti.

Lei è tornata a polemizzare. E a dimagrire. Non trova il bandolo, è di nuovo la vittima di chissàcchi. Ha deciso che sono l’agent provocateur. Deve smascherarmi – le ho rubato il suo lavoro e godo di un consenso illegittimo. Lei vuol dimostrare che sono un’inetta miracolata, ricompensata con un ruolo che non merito.

La sua memoria è selettiva – non si chiede chi ha tappato i buchi nei due anni del suo congelamento esistenziale. Mi aspetta un autunno caldo – bollente e diluviante insieme. Ahimé.

 

 

Visioni

L’equazione di Dirac

Abbiamo già ricominciato. Veramente la separazione è durata appena un fine settimana – lunedì l’aspirante mi ha portato un paio di lettere che gli ho scritto nell’arco dell’ultimo anno (che avarizia, solo due lettere. Se penso poi allo squilibrio del nostro bilancio di oralità, in questa relazione gioco il ruolo dell’ascoltatore). Allora gli ho chiesto di leggere il blog (per avere il polso, l’istantanea di dove mi trovo: ha letto tutto due volte, ha trovato che sono crudele nei suoi confronti) e gli ho parlato. Martedì mattina alle sette e mezza (ieri ho scoperto che mi hanno vista uscire da casa, alle 6.05 del mattino). Ed è stata una catena di conseguenze inevitabili – anche il vicinoassente era piuttosto stranito, ieri, quando gli ho detto.

A noi due dedico l’equazione di Dirac che recita come due sistemi che vengano a contatto per un certo tempo vengono influenzati a tal punto l’uno dall’altro da non potersi più considerare due ma uno – e non importa se non vale nel caso di sistemi macroscopici, non sempre mi considero tale, stante la limitatezza del mio intelletto.

Ho incontrato un matematico travestito da spiantato, nella gita del post Ferragosto oltre le colonne d’Ercole – nel mistero fitto di insidie della Nuova Vigevanese, Corsico.
Mi ha detto sorridendo cose sagge tipo che, a desiderare che la 327 arrivi presto, subitoimmantinente, bisogna stare attenti: il rischio quando si vogliono le cose è di ottenerle. Chissà, forse ho sempre desiderato le cose sbagliate.
Ha insegnato a Parigi e, sulla 327, abbiamo cercato la faccia di Paul Dirac -che bella faccia, mister Dirac- anche se, a me che non mastico di meccanica quantistica, è meglio iniziare con Feynman. (Ho appena realizzato di averceli, I sei pezzi facili. Dev’essere un male stagione, la fisica. L’aspirante legge Rovelli).

Superando al contrario le colonne d’Ercole, ho pensato che il matematico travestito da spiantato potrebbe incontrare la quasicentenaria fotografa documentarista – chissà quanto buon tempo avrebbero insieme. Lei, accogliendomi a casa sua, mi ha messo in guardia, Lei che ha un’aria così timida, deve stare attenta, a spingersi sin qui, a chi incontra.

ps perché è così tanto tempo che mi sento nel posto sbagliato?

 

Trottolerie

Centenari

Li ho rivisti.
(Non era tanto difficile. Appena si abbassa il sole, li rimettono fuori, dentro il portone d’ingresso).
Lui è giallognolo e secchissimo, con la faccia triste e chiusa chiusa, impermeabile. Lei è una chioccia, la testa a uovo e un corpo che si allarga, piramidale. 188 anni in due.
Sono uscita per fare corsetta e ho salutato, cercando di scandire il Buonaseeeera. Lei si è un pochino rianimata, ha allungato il collo, proprio da gallina, senza poter articolare suono. Ho sorriso e ripetuto il saluto. Ha abbozzato un sorriso incerto, più una faccenda di sopracciglia tese e di piccoli gesti delle mani – le labbra appena un po’ contratte.

Due caratteri, ciascuno con 94 anni di peso specifico.

E oggi, tombola, sono stata da un’arzilla 98enne. Mezzo secolo da fotografa a fare scorribande in tre continenti – con tanta tanta Italia che non c’è più.
Marcella. Me l’ha raccontata un poco di quell’Italia. Spiagge disabitate e conventi dove i frati spazzavano i pavimenti.
Piccola e tonda, un piccolo catalogo di disturbi (ma sarà il cuore a esserle fatale, sostiene) dentro un appartamento pittoresco, pieno di piccoli oggetti di legno, nappine colorate e fiori finti dentro vasi o fantasie da letto. La casa di una ragazza del secolo scorso, una fanciulla vivace e curiosa, con guance oggi cascanti e chiarissimi occhi azzurri e acquosi. La sua pelle è il manifesto di quel che è: sotto la superficie grinzosa, percorsa di macchie chiare, il tessuto è reso. È chiara e dice che non ama gli autoritratti, le viene una faccia da patata davanti all’obiettivo.

Vorrei portarla via dalla periferia triste dove vive, complesso di brutti condomini degli anni Settanta, qualche bar e la teoria ininterrotta degli outlet del Lorenteggio che diventa Nuova Vigevanese. Può andare all’Ikea, se l’Auchan è troppo banale, la signora Marcella – quasi 100 anni, mi ha confermato il ragazzo che pulisce le scale, quando ho chiesto se era l’interno giusto – che ha studiato sempre e girato il mondo con la roulotte e macchine fotografiche da 35 milioni. E cinquant’anni le sono volati via, ha iniziato a 20 e se ne è ritrovati una mattina 66.

 

 

 

 

 

 

De rebus amoris

Strettamente personale

Ho consumato un piccolo rituale solitario, elaborare il lutto per la fine dell’amore con l’aspirante ripetendo, senza di lui, e con ciò riscrivendo il senso del mio essere senza – fuori dal piano simbolico, ho dipinto la porta d’ingresso. Ho fatto quel che avrei fatto se fossimo stati insieme – e compreso che quel che lui ha fatto, negli ultimi diciassettemesiemezzo è stato di prendersi cura di me avendo cura delle cose. Mie. Di casa mia. Costruita nell’arco di questo tempo. Cinque stagioni, dalla fine dell’inverno primavera incipiente alla fine dell’estate che si scioglie nell’autunno. La sua lezione è che la casa diventa bella ai nostri occhi quando ce ne occupiamo e in questo prendercene cura diventa nostra. Scegliamo il legno del pavimento e il colore delle pareti, costruiamo lo scaffale per i giochi della bimbapiùbella e lo spazio del pranzo e del riposo.

Ho cercato di seguire le istruzioni – lavare, carteggiare, rappezzare dove mancava pittura, lasciare asciugare e solo poi dare una mano unica – ma oggi ho disfatto quel che avevo messo insieme ieri e ho deciso di stuccare. Così: ho carteggiato e lavato tutta la mattina, messo lo stucco, pranzato e lasciato asciugare. Ho carteggiato di nuovo e di nuovo lavato (con acqua bollente, una prova di carattere) e finalmente dipinto. Poi sono uscita (passeggiata, gelato, chiacchiera) e, al ritorno, aspettato ancora.
Non ho dipinto tutta la superficie. Azz. Occorre seconda mano.

Il cosa si è svuotato, ho provato a riempire, paradosso, il senza.

Stamattina ho messo de Gregori per piangere coi singhiozzi e riassunto la mia situazione ai viciniprossimi – che hanno abbozzato una certa afflizione e anche un quantum di speranza. Per me.

Stando senza ho pensato – e non solo pianto. Credo di avere avuto una piccola intuizione, ci lavorerò, scriverò un trattatello (ahinoiperduti).
Amore è espressione di sé come persona ossia in relazione ad un altro – il lavoro o la creatività, viceversa, ci realizzano come individui. Esprimere è uscire da se stessi, gettarsi fuori – l’amore è consegnare ad un altro la propria possibilità di…bellezza, credo. Non possiamo belli quando siamo da soli, si è belli per qualcuno, nel due. L’altro accoglie il dono-bellezza come offerta di sé e si dona allo stesso modo. Il due ci avvicina a noi stessi in quanto la nostra bellezza ci ha data per essere donata a chi può averne cura.
Si è belli quando ci si specchia negli occhi di chi ci ama, non è forse banale quanto vero?

Quando passare il pennello sul legno mi strappava dei sospiri dolorosi – senza neanche de Gregori – ho capito che quando si ama si è sempre vincitori. Chi ama ha già vinto.

Penso all’aspirante che ha detto che mi aspetta. Chissà, forse soltanto per non.

 

ps Invidio i suoi figli, loro ce l’avranno sempre. Non lo vorrò come padre..? Aiuto.

PPS Ieri mattina ho trovato due sedie in cortile con sopra due vecchi – affari rugosi e insieme, inspiegabilmente, ebeti e spaventati. Dinosauripiante, genitori di una vicina (una bella signora di mezz’ora con grandi occhi dalle lunghe ciglia scure). Li ha messi fuori a seccare. Oggi erano dentro ma con la finestra aperta. Dovranno fare la fotosintesi. Restano una settimana. Mi chiedo quanti anni hanno (ci vorrà il C14 per una datazione precisa, suppongo). Hanno un’aria così smarrita, cosa gli avranno raccontato prima di portarli qui? Mi affascinano moltissimo, ovviamente. Io, logorroica esagitata col terrore di invecchiare, vagheggio all’improvviso di stare, centenaria, antica come una sequoia, seduta accanto ad un uomo a cui non ho bisogno di dire alcunché e neppure di guardarlo, la cui sola presenza sia sufficiente a confermarmi di essere chi sono. E viva. Voi no?

Nuovi stati

Attraversamenti

…e adesso mi pare di poter soltanto piangere e vorrei spiegare al mondo, protestare a tutti quanti, sbraitando da cane arrabbiato, che io voglio stare con quest’uomo, che non vuole mai fare niente tranne che lavorare, che passerebbe in casa giornate intere, e mi ha parlato di fare testamento in vita, disponendo di donare ai suoi figli quel che ha, i figli un poco più grandi di me. E quelli che hanno bisogno di uscire tutte le sere, e di affannarsi dietro alle cose colte e accolturanti, beh, messa così, direte voi, è già malposta, vero, concordo, ma così mi paiono oggi quelli di cui ho voluto sempre far parte, degli esagitati. Lo dici solo perché hai scoperto che non sai scrivere. Vero, aver scritto un poco e trovare il mio testo ripugnante ha il suo peso. E peggio, perché ho scoperto che altri lo sanno fare e certuno, poi, lo fa, e dopo averlo fatto sui giornali per quaranta anni, ci imbastisce un libro e, via, eccolo pubblicato e supervenduto e strapresentato, ovunque, in tutte le piazze, comprese quelle fatte di pietra e mattoni e circondate di case, chiese, palazzi – e non solo quelle che sono le tv, che ormai non so più come si chiamano, virtuali o mediatiche, o chissà.

Sono ferma a questo punto – e in questa stazione. Arriverò, mi laverò via la sera di ieri e la notte e il silenzio e le lacrime e i baci e i sospiri, e uscirò. Poi entrerò di nuovo e proverò a fare da sola quel che si doveva fare in due, dipingere la porta. La porta della mia casa – la mia casa che è il punto dove posso fare leva, l’unico appoggio per apprestarmi a stare un poco sola, e decidere cosa posso fare, comprendendo cosa sono capace di fare, altrimenti.

Il controllore urla ma non mi dispiace, la malagrazia del mondo, l’essere sempre un po’ sbrecciato, e imperfetto, e da aggiustare, mi pare sensato, così giusto, ora.

Tutti i nostri progetti sono congelati, sistemare la sua casa, fare il nostro viaggio, il primo, e quelli che riguardano la mia, boh, forse quelli posso un po’ vedere se mi riesce, da sola, di portarli a esito. Perché la sensazione che mi fa più male è di non averlo mai avuto, come se, poiché ora dice Non ti dico Resta, ho troppo in conto la libertà, mi sembra che non possa più volermi?

È accaduto altre volte – questa potrebbe essere l’ultima.