Trottolerie

Al castello del re Sole

….ho perso la bimbapiubravadelmondo e la sorellinacongelata nel giardino del più straordinario uomo di marketing prima dell’invenzione del marketing. Un re che costruisce una reggia di qualche decina di migliaio di metri quadrati rivestiti di marmo e coperti di dipinti e farciti di migliaia di mobili, tende, drappeggi damascati, cornici lignee intarsiate d’oro – e intorno ci mette una quantità di acqua e piante e statue sorgenti dall’acqua e all’incrocio dei viali. Solo per esprimere la propria volontà di potenza. Versailles è il sogno di un genio – e i cancelli dorati che la circondano spiegano bene perché sia stata coniata l’espressione gabbia dorata. Luigi XIV, l’audio guida lo racconta con pathos e vividezza, era un uomo pubblico dal momento in cui si alzava a quello in cui si coricava – ogni suo atto era parte di un articolato cerimoniale. Inizialmente, cenava tre volte a settimana insieme alla corte ma, con l’avanzare dell’età, il suo pasto serale (pollo freddo, vino rosso, orzata – vi viene in mente qualcosa di peggio assortito? Non è facile), veniva consumato in presenza di dame sedute e cortigiani assiepati in piedi dietro di loro e ogni suo gesto commentato.

Dev’essere stato anche uno straordinario esibizionista.

Le ho perse in un posto bellissimo, ancorché affollato di turisti. Chissà cosa ne avrebbe pensato il Re Sole, che si considerava fautore di gioia e vita e dispensatore di allegrezza – poi, si è fatto prendere la mano e ha costruito una religione personale con la sua persona idolatrata come una divinità. Una star.

 

 

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Mammitudine

Barra a dritta

E così sovrapponiamo noi stessi ad un altro sfondo, e siamo turisti anziché lavoratori – e stiamo buoni dentro una fila, oggi il museo vastissimo, ieri è stata la volta della casa di Biancaneve. Ci saranno dolci meno zuccherini e più sofisticati qui – forse. Non ho ancora capito cos’era il blocchetto compatto color vaniglia gusto cioccolato bianco.
Ho detto ai miei colleghi, Vado in vacanza con la mia vera faccia, non quella che porto qui dentro la mattina – quella che indosso da lunedì a venerdì, però, mi piace di più, mi è costata tanto lavoro. This is our job, a mirror to express a part of ourselves.

Penso al viaggio – che non faremo, non ora – con il mio amorenuovoimpossibile. In questo momento o in un altro, temporalmente differito ma emotivamente analogo a questo, sarebbe uno spreco fare un viaggio. Mettere chilometri tra i noi stanziali e i noi viaggianti sarebbe, temo, piuttosto improduttivo – finiremmo per fare sesso in un altro letto, mangiare fuori orario e chiacchierare di noi guardandoci, senza spostare lo sguardo su nessuno. L’amore genera questo bizzarro prospettivismo. Il mondo perde il gusto di essere esplorato. Si fanno lunghissimi viaggi sul posto. Il mio amore dice che dovrei recuperare il godimento della lentezza, con lui. Carnalità lenta.

Ieri ho capito che questo spaesamento – soltanto emotivo, la Francia è un luogo comprensibilissimo, persino il francese non è niente di oscuro, e sì che non lo pratico da quasi vent’anni (sic) – è utile a recuperare il tono giusto con la bimbapiubravadelmondo. Rivuole una mamma che decida per tutte e due. Senza comandare. L’amore per i nostri figli ha tanti travestimenti, il peggiore di tutti è il senso di colpa (invidia a parte, di cui, pure, temo di essere stata vittima).

Andiamo concedendoci una massiccia dose di indulgenza – il segreto è non prendersela troppo e restare leggeri. Che bello passeggiare a Parigi, non aver niente da fare e davvero nessun posto dove andare è straordinario.  Il segreto è di dirselo – vogliamo tenerci qualcosa da vedere, la prossima volta, perciò non vedremo tutto questa.

Nuovi stati

L’improvviso, agostano e piuttosto delirante trapasso di una 71enne brianzola. La mia zia.

È successo più o meno come l’ho raccontato alla bimbapiubravadelmondo – al telefono, col vivavoce, mentre è col suo papà. Ti ricordi che la zia della mamma è stata male e abbiamo saputo che era molto grave all’ospedale? Sì. Era il cuore o il cervello? Era l’intestino. Il suo intestino è morto, come dopo una specie di esplosione, è rimasto senza sangue e, così, l’ha uccisa [questa mi è proprio scappata così – il punto più basso della retorica materna del settennio]. La mia zia è morta.
Sabato mattina mia zia Mariuccia – Maria detta Mariuccia, che mi ha fatto pensare per un buon tratto di infanzia che l’asilo Mariuccia fosse un’espressione della mia famiglia per dire di quei bambini insopportabili che non possono stare in altri posti se non all’asilo e solo poi ho scoperto l’antichissima istituzione filantropica che porta, appunto, il nome di mia zia – si è decisa a chiamare l’autoambulanza dopo avere passato una pessima notte, nausea, fastidio e perdite di sangue. Le perdite di sangue l’hanno insospettita, senza allarmarla.
Quando sono usciti, si sono detti che si trattava di un calo di pressione – una  botta di calore, è un agosto flagellante, nella Brianza felix.
Che mio padre non si sia mai occupato di informazione è evidente in queste circostanze. Non ci ha dato notizie fino a sera – abbiamo saputo di un intervento d’urgenza non meglio articolato e allora abbiamo iniziato a speculare di infarti o ischemie cerebrali (Sarà il cuore o il cervello. Non ci sono troppe alternative. Chiacchiere senza filo. Quei bei pezzi alla De Lillo di Rumore bianco. Noi di medicina non sappiamo un’acca, ci siamo arrampicate in supposizioni che sono durate tre rotonde e un pezzo di rettilineo in tangenziale, tagli nella provincia. Era l’intestino, infarto dell’intestino – Se muore il cervello, si resta vivi. Compromessi ma vivi. Se muore l’intestino, no).

Alle sette, mio padre è rientrato precipitosamente e ci ha detto che si trattava di dissecazione dell’aorta con necrosi intestinale. L’intervento è finito a tarda sera.
La domenica è stato un giorno di sospensione. Ho lavato l’auto, sono rientrata a casa e, poi, a sera, ho saputo che mia zia stava morendo. Sono tornata in Brianza, sembrava dovessimo ricevere la telefonata (per interposta persona, a noi ci avvisava mia cugina) da un momento all’altro.

La telefonata
mi è arrivata, in forma di messaggio whatsapp, stamattina alle 10. Ero in ufficio da un’ora. Non ho neanche sbagliato strada troppe volte, mi sono ritrovata presto in un luogo ameno – un ex manichino – di padiglioni primo Novecento e giardino con prato, abeti e laghetto coi cigni.

La terapia intensiva era al piano sotterraneo di un padiglione costruito a dedalo, un corridoio chilometrico avvolto intorno al perimetro e immerso nel silenzio, in disarmo estivo, due piani chiusi e pieni di lenzuola e operatrici d’igiene. Un lunghissimo budello in giallo e azzurro, festoso come una pensione della riviera romagnola o una moderna casa di riposo, pavimenti in linoleum, piante verdi e un’assurda galleria di ritratti fotografici fotoritoccatisupersaturi, Donna e Uomo e Coppia dell’anno dal 2009 a oggi – al manicomio d’antan è stata data una mano di kitsch. Stucchevole è proprio il minimo, su una scala al ribasso spinto.

Lì ho trovati già lì, cugina e marito con i miei. Nel giro di quindici minuti hanno disposto come dividersi i compiti e mi hanno lasciata libera di andare a vedere mia zia.

La morte è un volto gonfio, disfatto, livido, la lingua abbandonata tra le labbra ceree. Ancora tiepido. Il corpo coperto da un lenzuolo aveva movimenti ritmici. Ho chiesto all’infermiere e non capiva. Ha detto Voi congiunti vedete queste cose, avrebbe voluto dire, avete le allucinazioni. Il dolore fa vedere queste – cose.
A me, però, pareva davvero che il lenzuolo si muovesse e che, da un momento all’altro, come in un film di Fellini o, meglio, della Wertmuller, no, direi proprio Kubrick, il Kubrick di Arancia meccanica, potesse accadere che un infermiere decidesse di riattaccare il filo e, in una carambola di luci e musica da carosello, tutto il reparto si animasse e medici e infermieri e tutti quanti saltassero sul bordo del letto, il cuscino si sollevasse e mia zia avrebbe riaperto gli occhi. Un finale rock.

Invece, dopo qualche minuto – non saranno stati più di tre – l’infermiere mi ha detto che doveva preparare il corpo prima di trasferirlo nella cella frigorifera. Si muore e ti mettono in frigo. Quando è nata la bimbapiubelladelmondo era ipotonica e l’hanno messa in un fornetto. Si nasce e ti scaldano, si muore e ti mettono al freddo.

Azz, non ho la foto, la posa strepitosa di Alessandro e Letizia, coppia dell’anno 2014, vestito lui da Tutankamon e lei antica nobildonna romana – dettagli passibili di inventario.

ps riprendo a modellare la creta, ho un sacco di storie dentro alle mani. Finally, stavo ammattendo.

Trottolerie

Infanzia…?

E, così, questo è Gardaland, questo. Questo pezzetto di collina ben ripulito e ritapezzato di prato inglese e tagliato da viottoli e spianato per metterci tendoni e alberi e montagnole e laghetti. Veneti operosi. Costruttori di. Sogni? Labimbapiubravadelmondo è paziente, cammina, attraversa il piccolo eden di plastica e marchingegni teatrali. Carnevale a misura di bambini, attrazioni rudimentali, paura soltanto evocata. Sono tanto più spaventose le mie fantasmagorie – questo pezzetto pettinato di collina, oh, cosa avrebbe potuto essere, anche se ci fossi venuta a tempo debito. Ricordo che al liceo ci si veniva ogni fine anno – non mi ci hanno mai mandato. I miei hanno sempre temuto la promiscuità.

Non mi fanno più paura le paure degli altri. Non mi fa più paura la solitudine, non temo la noia, non mi spaventa il vuoto, né il lavoro – né la disciplina, né il tempo che ci vuole.

Labimbapiubravadelmondo organizza le prossime tappe. È come il lago, un volume denso chiuso da un perimetro. Rassicurante.

Belli e fasulli sono i sorrisi dei ragazzi, la fatica travestita dall’affetazione più scoperta – suggello perfetto del cosmo illusorio. Un paradiso da teatranti di bassa lega, scenografie fatte alla buona, ingegneria di livello, questa sì. Famiglie, con bambini, venete, francesi, tedesche, inglesi  romane (romane da Roma, vero..?) e liceali. Un popolo arricchito nello spazio di un mattino, impoverito bruscamente, di strappo, che si ritrova incivilito, remissivo, perbene. Sappiamo fare le file – e portiamo i panini da casa. Il parco è mezzo vuoto, in effetti – ristoranti a mezzo servizio, chioschi sguarniti, qualcuno proprio chiuso. Su tutte le voci e il brusio da alveare le urla di chi frulla sulle montagne russe. Dov’è che ho visto il pamphlet, appena uscito, che incita alla rivoluzione? Questi ragazzi, così tonici e così composti  – chissà se se le riprendono davvero il loro pezzetto di futuro.

Ho letto che il milionario che ha avuto questa idea geniale – un teatro vivant con i personaggi visti alla televisione, mescolando i cowboy, gli antichi egizi e Indiana Jones senza pretese di coerenza né realismo – si è fatto costruire una casa con centinaia di stanze con le più diverse destinazioni, persino un cinema è ospitato in qualche migliaio di metri quadrati, dentro una collina. Dentro.

Quella è la vera attrazione.

Visioni

Apologia della bassa intensità

Suppongo sia un portato dell’età – un dono della maturità (senescenza, vorrei dire, salvo che si potrebbe pensare che davvero ho 70 anni e, allora, non quadrerebbe il resto), tra i tanti che se ne ricevono – e, in effetti, credo che la maturità stia nel coglierli come tali, elargizioni che diventano piccole conquiste.
Della bassa intensità non credevo mi sarei trovata a tessere le lodi, e invece.
Quando si è più giovani, non si crede di poter apprezzare il privilegio di certe relazioni, di lavoro o amicizia, che possono stare quiescenti per mesi e poi, all’occorrenza, tornano vive e vitali, e si ha il tempo per stupire a margine della loro freschezza.
Considero il mio amico ecoarchitettodesigner, a cui ho chiesto di disegnarmi un tavolo da cucina (so cute, japanese style) e quello, da lunghissimo tempo non più frequentato, fotografo, che ho sentito in questi giorni – viaggia con la figlia adolescente in Madagascar.
Di più e con più cuore, è la relazione camaleontica con l’amorenuovoimpossibile – destinato a restare nuovosempre, ancora incartato, la scatola aperta e il gesto di afferrarlo che resta come cristallizzato – la torta nella vetrina della pasticceria, il pacco con il fiocco sotto l’albero.
Da manicomio – se non fosse la storia più bella che ho (abbiamo?) mai vissuto.
Un amore in cui ci si ama e basta, attraverso le ore e i giorni, cavalcando distanze, piccole per la geografia e la topografia – vaste come deserti nell’attesa.

Quest’amore ad alta intensità cambia pelle perché tanti sono i vincoli che ne scrivono il perimetro limitato – non solo la camera azzurra (che ha originato l’incontro con un bellissimo Simenon e un film ben fatto, forse un po’ didascalico e, in qualche punto, esplicito dove il romanzo resta, più acutamente, sfumato) ci muoviamo in esterna, con la giusta circospezione.

Ci ho riflettuto un po’ – stare dai miei aiuta moltissimo l’attività teoretica, di qualcosa bisogna pur riempire le sterminate domeniche, specie se la bimbapiùbravadelmondo non vuole uscire – e credo che la chiave sia la frequenza. Bassa.

La bassa frequenza è un’onda che si stende lunghissima, come l’allungamento della schiena a fine workout (tema ricorrente, quotidiano almeno fino all’11 settembre) quando si apprezza anche che dalla fronte il sudore scorra a rivoletti sul naso, e non si ci fa più nessuna domanda, si sta, e il ritmo è quotidiano nella corrispondenza e almeno sento la sua voce, la mattina, il buongiorno dato la seconda volta, e mi commuove già pensare a quante mattine ci sono state sino da ora, un amore di parole intrecciate come fili d’erba, gambi di margherite, lana – intrecciare si fa piano, ci si rallenta, ci si ferma, si sta. E allora s’impara che ci si può anche vedere soltanto ogni sette o otto o dieci giorni – e una volta sono stati 13 o 14, anzi, due volte, ma si è fatto, e il mio amore è più paziente di me, io finisco per estraniarmi, lui mi vede per pranzare e mi parla, e a me pare impossibile stare così vicini e quasi soli, nella discrezione di una caffetteria qualunque, mezza vuota a inizio agosto, e darsi solo tre baci, e un quarto quando già tornavamo verso l’ufficio (il mio), e mi ha portato in una via deserta anche se non buia, soltanto più defilata del corso.

La bassa frequenza richiede che si tenga un’energia sullo sfondo, metabolismo basale e, all’aumentare della vicinanza e al crescere naturale della passione, che cresce, inaspettatamente, risponde contenendo, dà una misura di senso, di sensatezza, spalma l’energia necessaria a sopportare l’assenza. Esercito la mia pazienza e la mia temperanza. Resto – perché non posso immaginare di andarmene e forse anche perché questo amore insegna tante più cose di quelli ordinari che hanno evoluzioni e orizzonti e progetti. Resto, sospesa, come cullata dall’onda di agosto, che dondola alla brezza leggera dei pensieri lievi.
La bassa frequenza – chi l’avrebbe mai detto, di me, eternoaffanno, compulsione, solo battere mai il levare, irrequietezzaparadossalmenteimmota..?

 

De rebus amoris

Della mia brianzolitudine

…non so neanche da dove iniziare veramente – forse perché sta all’inizio di tutto, la mia immarcescibile, inaggirabile, invereconda origine brianzola. Sono brianzola e me ne sono sempre vergognata – sconto una colpa originaria. Lo dichiaro, metto in guardia, avverto, segnalo con cartelli appositi.

Nonostante abbia preso distanza, vissuto altrove, usato viaggi, incontri, educazione, letture, tutta la mia cultura e il mio coltivarmi per smarcarmi, ieri, in una lunga giornata filosoficamente densa (e compromessa) passata a leggere distrattamente, di fatti antichi e inusitati (cronache di sanguinaria efferratezza tra le mura domestiche, cosiddette stragi familiari) e pulire, oh, sublime pratica, tersa di simboli, mi si è rivelata come originaria. Presentissima.

Levare, ordinare, svuotare, levigare, lucidare, rimuovere  sciogliere. Pulire è distillare pensieri come piccole perle lucenti. Ne ho composta una collana in cui ho rivisto che il mio nonmatrimonio è finito per la mia brianzolitudine. La postura di frenetica applicazione alle cose diurne che sempre deve rettificare  correggere rimestare riportare all’ordine. Cartesiana inclinazione che ha nell’edilizia un polo elettivo di attività. E allora, cosa si poteva mai fare con questo po’ po’ di dna, filogenesi che non sente ragioni, che soccombe solo a intermittenza ma torna sempre, e sempre con maggior gagliardìa, nel passaggio alla villa patrizia e secolare, se non di sparigliare le carte e gli accordi e il menage e tutto quel che si è trovato a tiro, attributi del povero imbozzolito compresi..?

Avevo dato segni di cedimento già prima, a Milano – una certa insofferenza mista a un deficit di autorealizzazione che mi avevano fatto vivere da neomamma con una certa apprensione, l’idea di non aver abbastanza per essere contenta o almeno soddisfatta.

Forse non è stato delirio, solo un sussulto di grandeur – caduta sul terreno sbagliato. Piante infeconde, cosa ne è di voi, desideri tenuti in cova dove infine prenderete alloggio? In effetti, dopo un anno a litigare e piangere, aver messo su casa mi ha riconciliato parecchio con me stessa.

L’altro giorno, però, la mia amica da mamma single mi ha riproposto in un’altra forma la domanda che mi rifaccio da tre anni – che nella mia testa è Ma era proprio insanabile la frattura con Mario? Lei ha obiettato: quante donne non sognano un uomo fedele e dedito e presente, che non ha neanche bisogno di lavorare e ti porta a vivere in un castello (un po’ cadente ma non sottilizziamo)? Avreste dovuto fare un vagone di figli! Sposati, ovvero fatti sposare, e torna da lui, scodella subito un pargoletto.

Sono 48 ore che rifletto sulla sua obiezione che apre una visione. E se invece di volerla ristrutturare a tutti i costi, avessi provato ad abitarla, la casa, sarebbe cambiato qualcosa?

Interrogativi orfani di risposta, fuori tempo massimo, dove si trova il Paradiso delle Domande Intempestive?